... perchè per mezzo dell'educazione soltanto e con un governo dispotico che lo sovrasta, impari a conquistare quelli che sono i suoi diritti. Insegnategli, prima di tutto, a conquistare quelli che sono i suoi diritti e quel popolo, quando sarà rappresentato nel governo, apprenderà tutto quello che gli verrà insegnato e molto di più, sarà maestro di tutti senza alcuna fatica. (E. Che Guevara - 30 settembre 1960)

Non passa questo stridere di stoffe
che credevo appeso ai bordi
di qualche polaroid larvata
e l'isteria di un brulichio d'esistenza
che sotto la pelle grigia
ride di scabbia e di vino smosso.
Sentirsi camminati addosso
da passi innumerati
tradirsi poi malati di un dio
che presto muore
e quando il pianto mastica le ossa
urlare ai cani un vento
una pioggia o un olio perso
avendo di amore estremo solo le mani
di uno sconosciuto untore.

E se per eccesso o per difetto
Contassi le ore di un singolo abbandono
Avrei intere vite senza braccia
Solchi di supplica senza palpebre
Se per vita o per silenzio
Smettessi di urlarmi sola potrei sentirmi dentro
Toccarmi meno morta
Con queste dita che sporcano blu
E se per eco o per finzione
Sorridessi senza bocca
Quante ginocchia lascerei disgiunte
Per farmi scoprire così sepolta
Lasciarsi mordere da denti giusti
Salvi da un dio e dalla sua professione
Baciati dai santi
Baciati dai santi
Lasciarsi morire in verticale
Senza ovatta alle tempie
Che dolore sordo
Che dolore muto

Campanelli impiccati
a questi mutismi capitalisti
accompagnati da sound spiccioli
e tutto è improvvisamente arte
e tutto è preconfezionatamente arte.
Io che mi sfilerei le ossa
per lasciarmi impressa
nei tormenti di qualche randagio
allaccio le notti al letto
perchè il volo profumi di piombo
e questo pane grezzo
che mi fantastica gli occhi
si appende alla gola di uno storpio.
Quanti sonni passati a correre
a scavare tra il nero della veglia
per trovarsi poi
semplicemente sporchi di un'ipotesi continua.

Marsiglia a balze e fenicotteri stanchi
lascivi tra scrosci di sementi gialline
umanizzate da occhi di sadica cultura
e noi così spettri così fermi
argilla per dita di sesso estorto
clitoridi da show di seconda serata
e orgasmi sterili di rive feraci
quanto siamo, noi
in questo ossario ridente
in questa comune di cravattini
e quotidiani schierati.
Quanto sono, io
se la sera si attarda
sopra un profilo finestrato
e non sento il chiasso della bruma rossastra
masticando le dita
per disattenzione della solitudine
a contingente di una monocromìa artefatta.
E tu, cosa sei
se ti scrivo su di un vetro invernale
e non trovo vuoto dopo il respiro impegnato
cosa sei
se non una semplice vanificazione dell'eterno
se non un sudario appeso a queste dita.

Un'aria funesta scintilla tra le spore
rimbalzanti alle pareti di fegato
e un lumino quasi morto danza ubriaco
due piazze al centro della stanza
verseggiano statiche,
un dito disegna di fumo l'aria.
Potessi tenerti nella mia bocca
un altro poco, un solo istante,
il tempo di una stretta tra coste collise
piegherei la mia lingua di abbagli
abbagli intrisi in un fangomare
tra stillicidi in differita
e impulsi ad abbaiare.
Quasi cani quasi schiavi
in questo eterno dondolìo di spighe
fuggitive al selciato battuto d'ocra
brulicante di lustrascarpe crocifissi
e madonne genuflesse alla blasfemia di dio
in questo lungo sibilo smorzante
che ricorda
incessantemente
quell'autunno
d'estate.
Quanti caroselli annegano
tra uno sfarfallìo di vene e l'altro
come se l'ultima bolla fosse
scoppio d'ossigeno per il mondo.
Allaccio ecchimosi pulsanti
ad una sala d'aspetto raschiata
svuotata di cose rare
come le tue dita o il tuo montare.
E osservo la morìa di cosce e labbra
invidiando la secchezza della pelle che implode
in attesa di missive o di lingue da spolpare
fottendomi di oniriche introspezioni
di ricordi e memorie che frammentano
che frammentano mesi di soap opera
proiettata in una camera psichiatrica
sedata.
Barbiturici e planate di scarico
tra rovine di Natale e circostanza
e ti cerco ti cerco ti cerco
e corro a perdermi
tra meravigliosi
eterni
filari di cipressi.
Marocchini spalmati sul porfido
e piedi glitterati di un ovest a Bruxelles
- manipolazione mediatica, turn off –
Non passa mai questo rossore vitreo
ingrassatore del mio grigiume tisico
che scrocchia un malleolo piuttosto che un giudizio
parafrasando qualche pupilla
niente di più.
Sbavo silenzio da troppo tempo.
E tu che sei spuma di colore
in un’ipotesi aleatoria
asseconda il moto incostante delle diagonali
e ridipingi questa scena scaduta,
riassetta un dramma come fosse commedia.
Se Belgrado sorride tra mine e ottomani
ho vergogna del richiamo che sguscia
da queste punte nere e masticate.
Che qualcuno mi ascolti.

Canzoni
perché l'olio
non invecchi mai
Frinisco fra i prati, nei campi finisco
tutte le
impronte ho svenuto
per portarti via in un ricciolo di sonno
Quand'anche ad inizio estate si ascoltano
le valanghe prolungarsi in
siamese calura
mi nascondo fra le pieghe del tuo collo
aspirando il
succhiabile, il nettare d'ascesa
Perché l'ombra delle cose nuove
semini
falci di luna piena sui paesaggi innevati
dalle mani candide di
un mutamento
Clima perfetto il nostro, ghiaccio nella vasca,
scalciando uteri appesi io ti spio spogliata
dell'eterno spiegarsi, il
contagio d'ossa sfuse,
mazzi di carte ingiallite e la percezione
che
ti
vedrà sfiorita quand'ancora le foglie
immobilizzando il cielo si
riflettono
negli album di fotografie sparute
Ma ci sono istanti
inarresi in cui non hai volto
solo spalle collo e schiena
ed io mi
chiedo quando potrò ancora
colorare quei buchi
istanti in cui il
verde
umido stagna nelle cavità
e lo chiamano sguardo.
C'é un casale
all'orizzonte che sa di furore
senza scorta in granaio né vino in
cantina
eppure i bambini corrono in cortile
corrono sfuggono e ridono
dell'aria in blocchi,
ed io con le ossa di legno
mi curvo sotto il
fiato di questa bruma confusa.
Ho lasciato le dita al bancone
dell'oste
ogni goccio contava tre perle di rosario
e ora agito due
pugni in questa maledetta
umidità rappresa
- senza nocche sbucciate o
unghie troppo lente -.
Ciononostante non devi morire
fra i cubetti di
ghiaccio tritato
nell'acqua gelida; per estremo
disordine dovrò
abbracciarti
così spesso che le nostre estremità
colmeranno i labili
punti secchi
del mondo; lascerò petali di rose
sul ciglio della vasca
da bagno,
però che non ti cada l'intimo
anelito di sospiri; però che
non ti
cada o se lo farò sia svelto
a bruciare corallo fra le fosse
dei ripetuti gesti d'autore
- tolti i vestiti, cosa resta di un corpo? -
Ciononostante non devi seccare
pianta fertile nei fumi dell'oppio,
la noia del volto scavato nella ghiaia
scoprendo i tuoi erogeni erronei
io ti tocco il sangue per dipingermelo
dentro, ma più di tutti è
l'attesa
della carne alla brace che scotta
fra le costole d'un sogno
- tolti i vestiti, cosa resta del tuo corpo? -
La spiovenza di quel
casale
pare che si alzi il bavero per oscurare
un'incalzante vista
disadorna di fieno
dove non resta altro che ormeggiare
senza alcun mare
che porta
dove magari immaginare un passo a due
scalzo.
Non ha senso
chiedersi
perché ti sognai come ovatta spinosa
quando poi si spalancano
gli occhi
e si vede solamente un rosseggiare incauto
che bagna la bocca
come faceva
quel trito gelido che spingeva al bacio
Non ha senso il profondo chiarore
Che circondò l’oasi dal silenzio,
ma dopotutto c’è aria per respirarti
appieno vestita col collo
all’indietro, come morta
pur vivendo d’esistenza
Purtroppo partorendo
La liturgia d’un bacio
Mi spezzo le ciglia
A creare tornadi;
per riportarti a casa,
per riportarti nel grembo,
((((((((((( Non ha senso, però sveglio il giorno non dimenticò mai
lo sgarbo dello sguardo; la notte finì, trovandoci abbracciati e sfusi;
abbracciati e sfusi ))))))))))

Rovine di fermate abbarbicate a marciapiedi grigi
riecheggianti di fragori passeggeri,
aggettivi in esubero alle rimesse della memoria
qualche incrocio di dita sotto al naso
che non si starnutisca su questo fottuto microcosmo
di fiocchi e carta lucida!
Una metro bagnata soffoca tra piogge
di ombrelli fittizi fiaccati da tinte pretenziose
e collane - collane infinite di bocche spiegazzate.
Ti amo, te lo dissi.
Te lo dissi?
Forse non con questo silenzio
non con questi fruscii di gambe che
faticano a trovare posto,
forse non.
S-comparsa tra qualche anfratto
pensato appositamente per gli involucri nulli
danzo inquieta sull'orlo
di un saluto definitivamente imbastito
raccoglierò le caviglie in frantumi
all'indulgenza di un pendolo dorsale.
